orphans
May 26th, 2009Cast out these creatures of woe
Who shatter themselves
Fighting the fire with your bare hands
Cast out these creatures of woe
Who shatter themselves
Fighting the fire with your bare hands
tutto questo mi ricorda terribilmente
il rumore dell’irrigazione automatica in giardino, d’estate.
il ronzio che si sente con le finestre aperte.
“ho adottato un tuo modo di dire”
ah sì, quale?
LA GENTE STAI MALE.
quoto in pieno cally che in questo frangente mi ruba le parole di bocca
Non finisco mai di stupirmi delle cazzate che la gente si autoracconta onde autoconvincersi di avere un fantomatico coltello dalla parte del manico.
tuttavia mi sento sollevata nell’essere passata oltre queste tanto vane preoccupazioni
(ed aver ripreso a giocare ad UT3)
[mangia una caramella vah. no, non ti deve piacere] :D
non credo di aver mai pianto tanto,
dalla felicità.
non so bene se è stato Andrew Bird

oppure il fatto che (shht!) lui è tornato da me.
proprio quando temevo che fosse tutto perduto.
Sai, io
mi sono fidata di te.
Ho lasciato che giungessi alle tue conclusioni, che mi esponessi i tuoi ragionamenti sul perché fosse sbagliato frequentarmi, su quanto e in che modo io fossi stata crudele con te.
Senza ribattere, in alcun caso.
Perché ho capito che non aveva senso – non potevo, neanche con la migliore delle argomentazioni, non la più lucida, non meno la più lineare convincerti, che non ti stavo giudicando, che non ti stavo denigrando.
Non avevi orecchie per ascoltare le mie parole.
Mi hai accusata di non avere neanche provato, a spiegarmi.
Ma io avevo già capito – che tu avevi già deciso. E che spiegarmi, sarebbe suonato in ogni caso come uno sciorinare patetiche scuse per salvarmi il culo – purtroppo conservo dell’orgoglio, e non mi piace che le mie parole suonino scusanti. così ho taciuto.
Mi sono fidata di un superiore buonsenso che era supposto esserci, in fondo, da qualche parte – oltre le ragioni che hai avuto. Oltre le cattiverie che mi hai attribuito, oltre la sofferenza che mi hai accusato causarti.
Sei sì trasparente,
ma quando ti impegni a fondo per non esserlo – mi impensierisci.
Ed io ora so, con certezza.
Che se voglio sperare di mantenere un qualsivoglia legame con te – devo lasciarti fare a tuo modo.
Devo lasciarti spazio, devo lasciarti tempo, devo lasciarti solitudine.
voglio che sia chiaro, tuttavia
che io nei tuoi confronti, nutro e nutrivo le migliori intenzioni
e questo starti lontana, obbligato, è una cosa che accetto di buon grado, senza sforzo, perché so essere in nome di un bene futuro.
Probabilmente queste parole non ti interessano,
oppure ti annoiano, ti intristiscono
ti ricordano perché preferisci non entrare in contatto con l’angoscia che permea le persone che vivono nel tuo stesso mondo, fuori dalla tua casa sicura.
Eppure ti invito a riflettere su ciò che ci lega, sul percorso fatto finora, e quale sia stato il mio peso.
Ti accorgerai che il mio più grande atto di coraggio è stato permetterti sempre di guidare il gioco, in modo che alla fine fossi l’unico proprietario delle tue responsabilità.
Dimmi che questo non è darti fiducia.
(it’s weird when you let your guilty conscience speak in your stead)
sala d’attesa di un take away cinese, interno – giorno
buongiorno signorina, attende da molto?
non eccessivamente – due porzioni di involtini primavera, un maiale in agrodolce, del riso saltato con gamberi e degli spaghetti di soia con verdure, grazie.
sono dodici euro e cinquanta.
ecco, prego
ha i cinquanta centesimi, per caso?
no, mi spiace.
fa niente [attesa] ecco il resto.
se non vuole aspettare in piedi ci sono delle poltroncine.
no grazie, sto bene così.
spinge / non spinge
spinge / non spinge
spinge / non spinge
scriverò dei bigliettini
li mescolerò ed estrarrò a caso la risposta giusta.
probabilmente ciò che mi salva è sapere
più o meno nel profondo
che certe cose non mi sono mai accadute, non per davvero.
certe scene che posso rivedere nella testa
che posso attribuire a questo o a quell’altro giorno
sbiadiscono – attorniate come sono da tutti quei dettagli narrativamente interessanti
ma del tutto inverosimili.
come quando ero piccola mi guardo allo specchio
e mi sento grassa, magra, alta, bassa. larghissima la faccia e poi sottile.
come quando avevo la febbre.
come quando ho la febbre.
un coltello piantato nel fianco.
esiste soltanto quando lo guardo.