dinnertime
February 29th, 2008abbiamo il gin
il succo d’arancia
le sigarette
l’industrial metal a palla
due stanze più in là
biscotti al cioccolato a volontà
ci serviva qualcos’altro?
abbiamo il gin
il succo d’arancia
le sigarette
l’industrial metal a palla
due stanze più in là
biscotti al cioccolato a volontà
ci serviva qualcos’altro?
per forza che soffri come un cane
tu SEI un cane.
non so, che cazzo pretendevi?
le mie giornate scandite
dal fatto che ogni tanto devo andare in bagno
e ogni tanto devo cucinare
mi piacciono un casino.
Vorrei una tazza di latte coi cereali, ora
solo che il latte
beh, dev’essere scaduto ieri
e i cereali non ce li ho.
non ho ancora pianto
non ho mai più pianto
niente lacrime
comportamenti da bambini incompresi
lucidità cristallina a specchio, solidissima e ferma.
io so perfettamente cosa fare dove andare come.
è solo che
non ha niente di affascinante.
non è che ci sono bei vestiti, bei colori, striscioni
cose così.
ci sono delle cose,
che succedono, no?
che hanno un inizio e una fine
uno di quei percorsi pieni di curve spigoli
anfratti in cui nascondersi e fare bù.
ci sono, non lo so
quelle notti con le telefonate lunghissime
i messaggi di otto messaggi uno attaccato all’altro
i baci, quei bei baci che ti morderesti, ti mangeresti la faccia con gusto e sangue, per non guardare.
azzannano l’aria, inghiottono i respiri
il parlare concitato, lo scrivere concitato in messenger quello che di recente è successo perchè – dio mio – non ti immaginerai mai come si stanno evolvendo le cose.
non ci vedo
niente di interessante, scusatemi.
non ci vedo niente di speciale. niente di non riproducibile a tavolino.
e cristo i libri lo confermano, lo sono.
i film, quei film verosimili. che dici “oh, m’è successo proprio così”
in questa merda
non ci vedo niente di geniale
niente di utilizzabile. niente merce, niente carne
parlo con la speranza nella voce
ma in gola ho l’amaro della sconfitta.
lo splendido acume con cui reagisci e spalanchi alle ipotesi i tuoi mondi
di costruiti scheletri di odio, dovere.
fede.
non è cosa mia
non è il mio modo di reagire
preferisco sedermi
e respirare il profumo denso del grigio, di questa città, questi giorni.
aspettare. spectare. guardare.
lo spettacolo del tuo volo acrobata dal più alto dei picchi
hai la mia benedizione
hai tutto il mio bene
brucia.
Ragno, è tanto
che non ci facciamo una sana chiacchierata, io e te.
Ti ho lasciato che accarezzavi parole rosse sulla nuca.
con le tue zampe schifose di pelo unto. nero.
mi ricordo di te ora.
perchè la tela è sempre stata opera tua, bastardo.
lo so che non è giusto scaricare su di te la colpa.
però riconosco i finimenti dorati. non mi sfuggono i dettagli degli orli. arazzi stupendi.
e hai ragione pure quando dici che sono io che ti apro la porta
che io ti accolgo con gioia, che non disdegno
ma proprio per un cazzo
la tua compagnia segreta
i tuoi sussurri sterili. ottundere
e qui, è da dire una cosa
è da renderti chiara una cosa
che in tutto ciò. proprio sopra tutto
io voglio essere Giusta.
io capisco che tu mi dai gli strumenti
mi offi con grazia tutto ciò di cui il fabbro ha bisogno
però il come usarli
è affari miei.
posso rimanere a guardare
un desiderio a volte imperfetto
a volte noioso
senza che tu senta il bisogno di dirmi
che ho il potere di fare ben altro
di fare tutt’altro;
di agire, pestare, sconquasso.
forgiare ogni cosa che è rossa e nel caldo.
dimostrare che "chi cazzo volete prendere in giro".
io lo so, lo vedo. lo sento più che mai.
scorre nella mappa nelle vene
irradia succhi dolci dalla mesh degl intenti.
cosa mi ci volete farve dere, a me. con tutto questo.
_dativo etico.
perchè non posso sbattere la vostra testa contro il muro
repeatedly
repeatedly
again.
and again.
it’s always the same
running towards nothing.
il mio regno per un cavallo
il mio pegno per un araldo
il mio impegno per un biliardo.
frenati se qualcuno passa
fermati se poi qualcuno
fremiti.
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// decisamente inappropriato.
come lo abbraccio (assai)
un uomo che non ha neanche
il coraggio di dirmi
che non vuole vedermi.
perchè sennò chissà.
sconsiderata mi fa ricordare il lanciatore di coltelli
il salto all’indietro, nel vuoto
che non lo voglio neanche guardare l’abisso in cui mi sfracellerò la testa, laggiù daqualchepparte.
di sconsiderati qui ne abbiamo parecchi
anche solo perchè non guardano dove mettono i piedi
come stanno, con sistematicità, sgretolando le loro vite
e io non posso dire niente.
la mano che gratta la terra del soffitto della cava
ti riempie la faccia di polvere
e non ti fà vedere quanto pericolo c’è
nel scavarti la fossa dall’alto
verso il cielo
complimenti
non c’è che dire
ci vuole una qualche perversa lucidità
per fare tutto questo senza svegliarsi di botto a dire
"ma che cazzo sto facendo"
e aprire gli occhi finalmente.
levarsi un tumore ad occhi chiusi, con un coltello da macellaio. tipo.
Ipse cava solans aegrum testudine amorem
te, dulcis coniunx, te solo in litore secum,
te veniente die, te decedente canebat.
E quello, cercando nella cetra conforto all’amore perduto,
solo te, dolce sposa, solo te sulla spiaggia deserta,
solo te al nascere cantava e al morire del giorno.
Ho scoperto
con discreto sgomento
che quando ascoltavo Urlo, dei Litfiba
sulle ginocchia di papà
con le cuffie col jack grosso
attaccato allo stereo del salotto
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era il 1995
e io avevo tipo sette anni.