December, 2007

§

December 31st, 2007

sappimi perdonare
se agisco sconsideratamente

in fin dei conti è quello che voglio.

30 dicembre

December 30th, 2007

Il trenta dicembre
il mio giorno della morte
è iniziato già da quattro ore.

e io non me ne ero accorta.

farne tesoro

December 26th, 2007

Male al cuore.
Male al petto. una specie di fitta verticale in mezzo allo sterno.
Qualunque cosa sia mi infastidisce e mi scolora.

Prosa, prosa perchè la poesia mi sfibra. e comunque ha un po’ rotto il cazzo. per la verità.
Succede che io leggo un libro, un fumetto, una storia, poi colgo una frase che mi ricorda un qualcosa di me, alzo la testa, mi distraggo. e penso.
e quando penso beh, meglio mettere i pensieri nero su bbianco.

“I…” Yumi said at last. “What do you do with a feeling that you’ve held onto for so long, long enough that it feels almost the same as a teddy bear—something like a wish, only so high up in the sky that even when you’re holding it you get this little feeling, like you’re fooling yourself, because nobody can hold onto something as high as the moon, even if it looks like you can squeeze it between your fingers…what do you do when that just falls into your lap all of a sudden, without any warning at all?”
And there it was. Finality, so quick and sudden that it was like ripping a off band-aid.
And like ripping off a band-aid, it stung at first, but afterwards, it wasn’t too bad. It left a dull ache where it tore some hairs, a little sting to her pride, but it was nowhere near as agonizing as she had been, at some level, hoping for.

Questo cosa significa?
Significa che io lo so, me ne sono accorta, di questa cosa. ben presto. ben prima di Yumi.
è che c’è questo sentimento, questo segreto, questo katamari, una palla-sfera creata da cumuli di cazzate, parole, ricordi, oggetti, sorrisi, sensazioni come miniclip che di tanto in tanto ti tornano in mente, un piccolo ecosistema di link di pagine, video e fotografie.
sta lì, ci piace guardarlo. ci piace proprio una cifra. guardarlo. tenercelo per noi.
cresce la tensione. cresce l’apprensione, l’affezione.  
bisogna cullarlo, scaldarlo, dargli latte caldo, coccolarlo di notte, quando i pensieri si fanno radi e le maglie della coscienza un poco si distendono.
a questo punto che ce ne facciamo di un meraviglioso universo di emozioni. vive, pulsanti, autentiche. sole.
non ci sono di alcuna utilità se le teniamo tutte per noi e noi e basta.
allora. ne diamo un pezzettino a qualcuno
gli facciamo assaggiare il bruscolo d’arancia candita, con la fonduta di cioccolato.
la punta dell’iceberg, perchè ne abbia un minuscolo ritaglio, si renda conto della magnificenza, ma non possa carpirne il segreto.
e allora il ricevente sorride, ammicca, immagina. e parla. ci copre di parole. ci culla di comprensione e abbracci di sorrisi compiaciuti. “finalmente, anche tu vivi.” – dice.
ripetere l’azione con un altro.
ripetere l’azione con altri. tutti.

non ti rimane nulla.
cioè non è vero. ti rimane la realtà.
la realtà svestita dell’emozione, dell’affezione, della trepidazione nello sguardo.
ti rimangono immagini, video, parole – stampati in mille copie, ben organizzati in cartelle e versioni ridotte, versioni personalizzate, vomito.

mi viene da vomitare.

c’è un sentimento che ti tieni dentro al cuore. fitto in mezzo alle corde. ed è bello. è vivo. spande. colore.
io lo prendo a calci finchè non sviene.
lo prendo a calci e lo faccio rotolare in una botte di chiodi finchè non spreme anche il suo ultimo grammo di sangue.
ne spalmo l’impasto di pezzi su ogni muro, superficie liscia.
per averlo davanti, chiaro, teso.

non posso innamorarmi di te
perchè finiresti così
finiresti crocifisso alla porta per il mio diletto.
perchè preferirei averti in bella vista in mutande fuori da me.
(che in qualsiasi altro luogo della mia mente)

già succede
che i tuoi ricordi, le immagini a te legate
fanno questa fine grama di tappezzeria.
bella, una foto di te che ti mordi le labbra, con i capelli scompigliati sulla fronte, che mi sfiorano il viso.
se ne sta lì in mezzo a tutte le altre. a spingere per stare sopra, uscire dal mucchio, farsi descrivere dalle parole, farsi dipingere dai segni e dai tratti.

non ci sono capace
a farne tesoro.

voglio farne tesoro. voglio credere
voglio crederci, cazzo. crederci fino in fondo.
fottermi la testa fino a fare male. distruggerla. annullarla nel desiderio.
nel “non mi muovi tu. non ce la puoi fare. ora”.

ci salto coi piedi, ci sbatto la testa, pesto i talloni, lo prendo a pugni, il mio desiderio.
lo pugnalo a morte e spargo sale sui tagli, trito e ritrito con pestelli, magli, martelli.
gli dò fuoco, lo uccido. lo soffoco, lo sgozzo, lo affogo.

eppure è lì.
tu baciami e basta.







 

 

 

 

 

 

renne

December 25th, 2007

renna

Oh bon
è inutile che stia qui a farmi mille film
io è da quando son bimba che in fondo non me lo posso nascondere, come stanno le cose.
è inutile che mi dico no ma perchè magari sai, no. lo so bene che non funziona così
lo so bene che anche se è bello fare gli indecisi, i fragili, quelli che non sanno bene quale sarà il futuro / anche se è bello vedere la gente attorno a me che sorride, speranzosa, che mi dice "coraggio, dai, le cose si sistemeranno".
io porcocazzo lo so. lo so dentro, non so spiegarlo
me lo sento nel cuore, nelle fibre dell’anima, come stanno certe cose.

e vabè.
non mi piace
ma questo è un discorso completamente diverso.
non mi è mai piaciuto che non posso sopravvivere nei film. galleggiare nello zucchero sospeso, nei sorrisi, nelle caramelle e nelle promesse.

credere in quelo che faccio (devo)
crederci, versarci sangue, sudore
sì però non in questo.
grazie al cazzo, troppo semplice.
troppo semplice offrirmi su un piatto d’argento il pugnale sacrificale.

siccome proprio non posso illudermi e fare l’inconsapevole
allora devo andare  fino in fondo
grattare fino in fondo, morire fino all’ultima goccia. all’utimo spasmo.
io devo berlo tutto, questo amaro calice.
e poi, magari qualcosa otterrò.
mi snerva, mi fa incazzare. mi fa diventare violenta, insensibile, acida.
incomprensiva. per le ragioni degli altri.

questo è il giorno in cui ricordo
quanto sono impotente
di fronte all’amore.
del tutto.

mi mette molta tristezza.

insicurezze

December 24th, 2007

un server muto che adorava un voip.

pensate che sia una nerd di merda?
tante grazie, lo penso anch’io.
wof bbau hrrrffff gnarll
bau bau wof arf pant hsssss

Randagio Sfrattato – il mio totem
penso che la miss abbia delle grandi idee, a volte.

appena cell’ho
posto la mia foto con le corna.

ma il canto V non è solo quello di Paolo (Malatesta) e Francesca

*, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che qui è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra
e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia e isquatra.

è anche quello del cane più maestoso della historia tutta.

**
persa
sono un po’ persa
mi atteggio come si suole
rispondo come si usa e si dovrebbe, quello che gli altri si aspettano che dica – ma alla fine è che se ci guardo non vorrei nulla, in particolare.
nè essere scossa, nè essere salvata, nè stare a casa, nè vagare per città che non son più mie con il passo leggero / la borsa colma di cianfrusaglie.
non ho voglia di leggere storie di altri, non ho voglia di guardare film, ammirare disegni.
mi addormento ovunque, a qualsiasi ora – forse il mio corpo sta cercando di dirmi che sono sfinita.
mi relaziono con chi si nutre di fili d’oro in tensione spasmodica greve. mi guarda con occhi di fuoco e urla, urla tantissimo, con voce rotta, bocca chiusa, pugni stretti. sopracciglia aggrottate nello sforzo.
i sorrisi sono un po’ guasti e un po’ mancano. le parole si rincorrono tristi sulle rive di un lago. chissà se cadranno mai, scivolando in curva
chissà
se cadranno mai.
neve nebbia freddo e schifezze, brutto aspetto, specchi orribili.

non grido (io no non)
mi addormento.

***

December 17th, 2007

caffè freddo.

sorrisi, abbracci, tensione sciolta nel gelo.
occhi fondi come pozzi di petrolio, nerissimi, il pelo folto e scuro di un cane salito dall’inferno.
sorto. dall’abisso.
(…) + 16 paralumi bianchi

freddo dell’archetto della mano gelida del violinista
curve disegnate a tratti nell’aria dal movimento

notte scura, fondi di caffè, filtri e cenere ovunque
corpi e occhi e facce e mani, le labbra rassicuranti di ogni uomo presente
non ha prezzo, quel calore.

ho paura di perdermi, a dir la verità.
per la prima volta vergine in vita mia.

non voglio azzannare il tempo
voglio divorare ogni cosa
consumarmi sbattendo la testa contro il muro
prendendo a calci le porte
centrando ogni spigolo, marciapiede
esaurire in fretta questo fuoco
esaurire

questo fuoco in cenere

non è vero un cazzo, che non puoi aiutarmi – maestro della litote.
compi prodigi che perfino a me levano l’indifferenza.

inquietudine

December 13th, 2007

a pensarci
la mia inquietudine
potrebbe anche essere data dall’eccessiva dose di caffeina nel mio sangue.

come ho fatto a non pensarci prima.

blu, blu

December 10th, 2007

Vivere da soli è dura.
E’ dura anche solo quando devi cucinare un risotto pronto e ti rendi conto che le porzioni sono da due, pensi di cucinare tutta la confezione, e poi mettere i rimasugli in frigo, ma pensi anche che non ti andrà di mangiare quel risotto la sera stessa, o il pranzo successivo, e poi sicuramente andrà a male prima che tu abbia voglia di finirlo. E ti snerva, lo sprecare il cibo che ti compri da te. E finisce che non cucini il risotto.
Vivere da soli è figo, è bello, quando hai una famiglia da cui tornare nel weekend. Sono solita dire che io non ce l’ho, una famiglia da cui tornare nel weekend. Il fatto è che l’ho rifiutata mea manu, quella famiglia. L’ho rifiutata perchè fondamentalmente mi faceva schifo, li trovavo delle persone poco interessanti, con un sacco di problemi, e soprattutto che non giovavano alla mia vita. non facevano che complicarmi l’esistenza e non svolgevano, soprattutto, quella funzione basilare di nido nel quale rifugiarsi, funzione che una famiglia dovrebbe compiere prima di ogni altra istituzione sociale.
E’ probabile che abbiano ragione, le persone che me lo dicono, a sostenere che un giorno guarderò a tutto ciò con occhi diversi, che riuscirò ad apprezzare anche quella famiglia che ho voluto così bruscamente lasciarmi alle spalle, addirittura voler bene ai miei genitori. Non è questione di voler bene, io credo. E’ questione che per essere vicina a loro, alle loro vite, ai loro valori e al loro modo di vivere la giornata dovrei accontentarmi. Io voglio loro molto bene, ma credo anche che una qualità fondamentale del bene velle sia conservare l’amor proprio. Ed è per amor di me stessa che me ne vado e li lascio senza la mia presenza, cosa che so che li fa soffrire, ma tuttavia non abbastanza perchè ciò mi spinga a forzare me in una situazione spiacevole.
Mi dispiacerebbe che i miei genitori leggessero queste cose poiché so che questo causerebbe loro dolore. E io non voglio causare dolore a nessuno. Sarà una posizione utopica, ridicola, non so.
So che mi piace pensare che fintanto che mi prepongo questo obiettivo, e cerco consciamente di non causare dolore a nessuno, riuscirò a farlo se non del tutto, almeno a sufficienza.
So che molte delle persone che disprezzo, o dalle quali mi allontano, non capirebbero le mie scelte, so che molte delle persone alle quali rinuncio di spiegare quello che penso, si riterrebbero offesi se dicessi loro che lo faccio perchè francamente non credo che siano sufficientemente intelligenti per capire.
Mi ferisce più di quanto s’immagini scontrarmi con situazioni simili – vivo con la ottimistica convinzione che sia possibile spiegare ogni cosa a chiunque, e ogni qualvolta che mi trovo inerme di fronte al fatto che c’è chi preferisce in ogni caso vedere le cose dal suo punto di vista semplificato… mi sento stanca, offesa, rattristata dallo smacco.
Purtroppo però quel che capita è che vivendo si interagisce con altre persone, si sconfina con le impronte sporche nelle loro vite, nelle loro quotidianità – e questo genera delle conseguenze.
La parte positiva di questo incontro/scontro è che c’è scambio, si spera biunivoco, tra le parti. Ci si parla, si comunicano pensieri, riflessioni, idee. Ci si arricchisce, anche. Sarebbe gran noiosa, la vita, seduti a guardare film girati da altri, senza mai entrare nello schermo.
La parte negativa, di questo, è che le conseguenze alle azioni generano spiegazioni. Verbali o non verbali. Pronunciate o affogate tra i denti. La maggior parte delle volte non mi va di dare spiegazioni di quello che faccio, a persone che so che neanche sforzandosi capirebbero il perchè profondo. E non pensiate che io parta prevenuta. Perché quasi mai ciò succede. Tuttavia i risultati finora ottenuti non sorridono alla comprensione umana.
So che molti mi disprezzerebbero, nella loro incomprensione. Ma non è l’idea che pensino negativamente di me, a fermarmi. E’ il loro potere di agire sulla mia vita, il coltello dalla parte del manico che hanno in molte cose – il cliente che finisce per non pagarti, o lamentarsi col tuo capo per la tua inefficienza o scortesia, l’inquilino del piano che pianta grane con l’amministratore, esempi simili.
Penso sia universalmente condiviso che fintanto che le persone pensano bene di te ti riterranno innocuo e anzi forse pure degno di fiducia. Il punto è che io vorrei principalmente farmi la mia vita in pace. E che le persone che vivono intorno a te abbiano una buona opinione sul tuo conto, rende soltanto le cose più facili.
Una delle cose che mi snerva più, di questo tempo, è che ogni cosa passata è sotto gli occhi di tutti, è stata analizzata, etichettata, definita e stereotipata, ingrassata, spettacolarizzata e sbattuta su uno schermo, vivida e sudata, di fronte a tutti.
Indipendentemente da quello che esce dalla mia bocca, ogni affermazione può essere, e riesce ad essere catalogata in modo preciso in una corrente di pensiero già esistita e per questo banale.
Come dire, o vai contro corrente, e allora sei banale perchè vuoi “solo distinguerti dalla massa”, o non fai niente per andare contro corrente e allora sei “solo un altro inutile individuo della massa”.
Più rifletto su queste cose più mi rendo conto che avevano ragione Aristotele e e Virgilio e con la loro medietas, che tutto in fondo sta nel cercare il giusto mezzo, con saggezza, equilibrio, misura.
Ma anche questo, finisce per essere banale. Banale perchè è citazione, perchè si rifà a dei valori che non sono propri della mia vita, quanto presi in prestito da vite d’altri.
Immagino si concluda tutto in un circolo vizioso.

Credo che la Casa sia un posto dove alla sera, quando sei stanco per il lavoro, per lo studio, per la vita in generale, ti piace pensare che tornerai, che ti sederai in poltrona con la tua tazza di tè, la tua birra, non so, e ti leggerai un libro in santa pace.
Ho cercato a lungo un posto come quello. Nel venire a vivere qui ho profuso forze e speranze affinché questa diventasse la mia casa per davvero. Per un motivo o per l’altro non mi è riuscito di farlo. E ancora una volta mi trovo a rigirarmi tra le lenzuola con la sensazione di essere in un albergo anonimo da qualche parte nel mondo.

Vivere praticamente da sola mi fa riflettere sulla causa prima della mia vita, mi fa innervosire pensando a quanto sia stupido e irragionevole il prezzo di ogni cosa. Che per mangiare devo offrire servizi di un qualche tipo alle persone, che a loro volta mi danno denaro che io poi consegno alle casse dei supermercati, per avere in cambio sacchetti pieni di cibarie. Indumenti puliti, materie prime per lavarmi e lavare l’ambiente in cui vivo.
La mia vita sembra costruita in funzione di trovare il modo più vicino alla mia natura che mi permetta di pagarmi il resto del tempo che ho da vivere. Penso che finirò questa dannatissima scuola e poi continuerò a perfezionare il mio lavoro in modo da guadagnare abbastanza per potermi pagare del tempo libero, il cibo che preferisco e non quello che costa meno, oggetti ed accessori che soddisfino il mio gusto estetico e non quello della banale sopravvivenza.
Ho vissuto per diciotto anni e mezzo, diciamo, convinta che il motore primo di tutto ciò fosse dantescamente l’Amore. quello con la A maiuscola, bla bla bla. cazzate cazzate cazzate.
E la cosa buffa, e che mi piace sottolineare, è che se io ora dicessi che sono disillusa e che non credo nell’esistenza dell’amore, c’è chi direbbe “ah, le solite boiate”, chi direbbe “ah, schopenhauer” e la chiuderebbe lì. E in ogni caso, finora, non me la sento, di dare proprio torto allo Schopenhauer che ho deriso per mesi.
Se voglio stare in piedi, ora, se non voglio crollare a terra in lacrime e disperarmi per ore con dei presunti motivi di male d’anima o di cuore, mi vedo costretta a chiedermi quale potrebbe essere il motivo della mia tristezza, del mio malinconico umore. E cercando e scrutando capirei che quelle lagne, quelle lacrime sono solo un impedimento in più che aggiungo alla mia già di per sé complicata vita reale.
Al fatto che ho delle scadenze da rispettare, dei doveri da assolvere, dei capricci altrui da assecondare. Che ho già abbastanza pensieri per tenere in vita il mio corpo, mantenerlo pulito e in ordine, con una alimentazione sana e controllata. Per permettermi anche di stare un quarto d’ora a pensare che vestiti mettermi.

Magari ho solo bisogno che l’ennesima new entry della saga venga di soppiatto a rubarmi l’anima e farmi innamorare per un altro po’ di una sensazione di vuoto convulso e batticuore e sorrisi e cuoricini di zucchero crocifissi alla parete. Magari invece sarebbe solo una cazzo di perdita di tempo.

cucina

December 7th, 2007

Il piatto laurelli di stasera è intitolato
"apelle figlio di apollo"
sottotitolo: quando ancora egli non era conosciuto per le palle di pelle di pollo.

E’ stato cucinato tenendo costantemente la mia gola bagnata con gin&juice, in modo da non perdere il controllo della situazione.

Ma cominciamo con le istruzioni.

Ingredienti fondamentali
- gin e succo d’arancia + ghiaccio (solo per i maggiorenni alcolizzati)
- tre o più cosce di pollo, acquistate da non più di una settimana, diciamo
- una confezione di pomodorini
- della passata di pomodoro.
- olive nere e verdi
- cipolla in abbondanza, almeno una intera, cioè
- olio, sale, pepe, spezie di vario genere, numero e caso
- una padella antiaderente capace di contenere il tutto

accendete il fuoco, facendo attenzione ad azzeccare la posizione del gas, cosa che io, per esempio, mi ostino a sbagliare ogni giorno.
scaldate l’olio e fateci soffriggere quanta più cipolla vi piace, io ho usato mezza cipolla, ma dipende ovviamente dalla grandezza della stessa.
poi, quando cominciate a capire che la cipolla sta bruciando, abbassate il gas bestemmiando e aggiungete le olive. aspettate ancora un po’, magari fumando una sigaretta. bestemmiate ancora.
bagnate la gola con un un buon sorso di gin. poi proseguite.
a questo punto fate a pezzi la confezione plasticosa del pollo, e mettetelo a rosolare nella padella, giratelo ogni tanto, quando prende a schizzare l’olio ovunque. in modo che venga bel dorato da entrambi i lati.
dopo qualche minuto di inutile contemplazione della padella, aggiungete i pomodori, un po’ d’acqua e girate le cosce di pollo, aprite il mobiletto delle spezie e cercate il rosmarino
voi magari lo troverete, ma io non l’ho trovato, mi sono fermata all’alloro. ho detto "oh, alloro! figo! apollo! poeti, vincitori! evviva! alloro!!"
e ho versato una spropositata dose di foglie di alloro sulle cibarie.
voi magari, questa cosa, potete evitarvela. e mettere del sano rosmarino, ecco.
a questo punto aggiungete, in base al vostro gusto, della passata di pomodoro a tutta la robaccia che sta in padella, abbassate il fuoco, mettete un coperchio e
andatevene.

potete fare il bucato, giocare a solitario su internet, accendere la tv, quello che vi pare
l’importante è che ignorate l’esistenza del pollo per almeno venti minuti buoni
poi, con la scusa di tornare in cucina a riempire il bicchiere di gin e succo
vi ricorderete della padella fumante e ne solleverete il coperchio

non posso prevedere cosa ne uscirà
nè se dovrete lasciar cuocere ancora un po’
se sarà tutto bruciato
non portavo l’orologio, sono andata un po’ a naso

mi è uscita sta roba qui

aveva un buon sapore
se non che, come scritto, ho dimenticato di aggiungere il sale.

buon appetito.

pappa_time

December 5th, 2007

ahhahahaha
mi rendo conto
che i pasti sono il perno attorno al quale ruota tutta la mia giornata
in realtà
io vivo soltanto per mangiare.
e quando ho appena mangiato, oppure non è ancora ora di mangiare (tipo adesso)
mi trovo in disappunto
e vorrei mangiare lo stesso
così, per occupare il tempo.

in fin dei conti
fintanto che aspetto che l’acqua bolla
pelo le patate, taglio a dadini le zucchine
lavo i piatti, sorseggio il mio the
la mia vita
ha un senso.