faccio fatica a tirar fuori le parole
perché stavolta non ho voglia di proferire.
ripenso a Erika, seduta nella stanza del motel, con la schiena contro il letto – e il culo sulla moquette.
è morbida, la moquette e Erika non ha granché freddo.
(è un sacco di tempo che Erika sta lì. quanto saranno? cinque anni?)
ripenso al suo al suo destino – alla sua voce caramellata, a ciò che ha fatto e ciò che desidera.
Insomma, mi dispiace, no?
in fin dei conti le voglio bene.
Vorrei non averla trascurata, durante questo tempo – ma sono certa di averlo fatto.
Sono certa di essere stata incauta, curiosa – di avere snobbato e deriso promesse; so di non essermi presa le mie responsabilità, so di aver cercato di giustificarmi, tante volte.
Ma una cosa è certa: non ho mentito. Non ce l’ho fatta, sono un’attrice mediocre, io non la frego.
Avrei voluto, avrei voluto salvarmi il culo – dimenticare.
Ma non si può, non si fa così.
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là su discende
Si elimina invece il superfluo, ci si costruisce la calma pian piano.
Coscienti, svegli, lucidi – una lucidità mostruosa.
Una lucidità che increspa le superfici.
una lucidità che è una convalescenza dopo una lunga malattia
ineluttabile e bianca. I camici, i sorrisi degli amici, i bordi delle sensazioni ovattate.
Non so cosa mi sia necessario per dormire tranquilla,
probabilmente solo tempo.
Qualunque cosa mi abbia ferita, mi abbia sottratto, rubato, convinta a gettare un pezzo di me
auferebatur aut subripiebatur aut excidebat
Io sono viva, sono ancora qui, anche se parte della mia vita è distrutta.
Tutto ciò che mi rimane è il futuro
E se lascio che la rabbia mi consumi
perderò anche quello.
memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere.