like a kitten

March 6th, 2010

continuo a sognare come delle lunghe allucinazioni perfettamente plausibili.
it scares the shit out of me.
stanze di albergo, uffici e negozi e situazioni che potrei avere vissuto
o vorrei avere vissuto o magari vivrò in futuro in una sorta di colossale dejà vu.
so che non è lineare quello che vedi nei sogni e la sua correlazione con ciò che vorresti accadesse nella tua vita reale.
ma inevitabile è il collegamento che si fa da svegli,
appena preso il primo respiro ansioso a bocca aperta.
la gola bloccata e il cuore che batte con le immagini vivide e i profumi e le espressioni.
per me, la paura.
poi non so.

cover

February 28th, 2010

non so se questo processo,
quello che sento scorrermi denso nelle vene,
si chiami crescere, oppure in altrettante maniere banali.
quella che percepisco, tuttavia, è una complessa forma di frustrazione.

quando qualche anno fa, in momenti come questi, avrei scritto mail infuriate, farcite di ipotassi;
ora,  ingoio i fasti in eccesso e non scrivo proprio a nessuno.

anche se il prurito sulla pelle, nelle dita, è comunque presente, tendo a sminuire la cosa come un fenomeno passeggero e infantile, da evitare. mi dico: a che pro incazzarsi? cui prodest?

I fatti sono questi:
ho dei progetti razionali e ordinati, su come gestire la mia vita,
gestire la tabella riassuntiva delle ore che passo sveglia, delle ore che passo a lavorare e di quelle in cui mi svago, del contenuto ripartito delle attenzioni che voglio dedicare a chi e a chi altro.
è tutto molto pulito, lo ammetto: pulito come si puliscono i vestiti con la corretta dose di detersivo in lavatrice.
ciò che, in alcune occasioni, mi infastidisce, sono le variabili che non posso contare.
il fastidio immotivato, lievemente tachicardico, che provo ora, ritorna nella mia mente come un monito luterano: hai voluto contravvenire alle regole che tu stessa ti sei posta, e questi sono i risultati.

I casi sono due,
o la pianto di trattare la mia vita a bilanci e grafici e mi faccio una santa ragione di non essere una macchina.
oppure non lo so. c’è davvero una seconda ipotesi?
no perchè io la vorrei.
vorrei che fosse messo a verbale che a me non sta proprio bene tutto questo fuss over nothing.

Insomma, io non ce l’ho il lusso di perdere tempo, farmi distrarre da queste cagate. ok?
Se ho deciso che non ti voglio correre dietro perché sei una persona qualsiasi e non aggiungi valore alla mia vita, facciamo che non perdo nemmeno più tempo a chiederti se ci vediamo per quattro chiacchiere.
E lo so, lo so che avevo promesso che non l’avrei perso quel tempo, però l’ho fatto, perché in fondo mi sembrava una rigidità inutile e volevo fidarmi del mio istinto.
My bad, davvero.
D’ora in poi giuro che non lo faccio più però tu fammi sto favore,
smettila.

specimen

February 18th, 2010

inspiro espiro, e penso. e penso.
penso che non ha senso, non ho fame.

che questa è una condizione così tesa che nemmeno me ne rendo conto.
che ho il candore del sorriso di chi, secondo sua natura, si avvicina consapevole al coltello.
sineddoche = tetti al posto di case-
più generalmente metonimia: coltello, in luogo del male che il coltello farà / affondando nella carne.

it doesn’t feel quite right- I’m nervous

vel / aut

January 29th, 2010

a forza di chinare la testa per trattenermi dal rispondere,
dire di sì ai clienti e a coloro i quali non posso contraddire, sto diventando autistica.

inavv-

January 28th, 2010

le persone che mi toccano inavvertitamente le mani quando passo loro degli oggetti che tengo fra le dita. le loro dita che toccano le mie dita, e di solito sono più calde, e persistono qualche secondo (forse decimi di) a contatto di pelle con pelle- i polpastrelli ricordano ancora il calore- il profumo della persona che è stata qui in questa stanza poco fa e mi da la nausea.

anagramma

January 21st, 2010

tutto questo mi ricorda terribilmente quando sono andata al cinema da sola a vedere Jennifer’s Body (che tralaltro, nel suo piccolo, era meno una stronzata di quanto mi aspettassi).
me ne stavo lì con un hot-dog, e la sprite a sgasarsi nel bicchiere;
tra me e me pensavo: ma guarda te cosa mi sono ridotta a fare- a guardare un film del cazzo, da sola, in una sala completamente vuota, senza cena, al freddo- soltanto per far passare il tempo nell’attesa che qualcun altro esca a cena senza di me.
basta, io ho chiuso con questi comportamenti del cazzo.
basta momenti melodrammatici coi duran duran a palla in macchina, basta telefonate colme di strascichi nella voce e di “non so… non so se ti voglio vedere”.

La faccia di Megan Fox grandissima, metri e metri di bocca, sono stati come una rivelazione-
nel suo labiale inglese, doppiato bugiardo, segretamente mi diceva:
basta, non devi correre dietro a nessuno.

e io lì ho capito.
(insomma, non avevo ancora capito d’aver capito. ma ho capito dopo che allora avevo già capito)
ho capito che avete tutti rotto il cazzo.

place your order

January 3rd, 2010

fare un trasloco in questo periodo dell’anno,
avere i miei libri e i miei vestiti impilati in scatoloni e sacchetti,
mi mette in una condizione strana: mi sento come appena wiped.

mentre tutti sono a fare i conti con i buoni propositi per i mesi a venire, io faccio i conti con l’annosa elezione del nuovo supermercato preferito. o la “strada da fare tornando a casa”, cose del genere.
decidere ex novo l’ordine in cui riporre i miei libri sugli scaffali (e quali non portare più con me, tralaltro)
mi spinge a voler viaggiare leggera. buttare parecchie delle cose che ho accumulato negli anni,
come non farei se non mi trovassi in questa situazione.
il gesto di buttare uno dei centinaia di biglietti da visita che ho sparsi tra cassetti e scaffalature, lo considero un gesto atto a dimostrare, a me stessa, che sono capace di lasciarmi davvero alle spalle alcune cose:  che comprendo come non abbia senso alimentare la nostalgia con feticci di carta e plastica.

Oso avere il coraggio di buttare lettere, biglietti e fotografie- perfino in modo violento- non so, bruciarli, perché sia chiaro il messaggio: non voglio avere ripensamenti.
una volta che ho tagliato i ponti, devono rimanere tagliati.
allo stesso modo, è banale dirlo, fare questo solletica l’istinto ad alleggerire anche il bagaglio di persone che mi porto dietro,
mi sento di essere ad un punto di partenza anche con loro,
faccio il punto della situazione con gli oggetti che li riguardano,
i libri che mi avete regalato, i braccialetti, le sciarpe e i vestiti che vi rappresentano.
voglio averli con me?

la risposta istintiva è no.
la risposta istintiva è: certe cose non mi riguardano più.

in questo momento più che mai, le distanze che ho creato mi sembrano incolmabili-
o perlomeno mi sembra servano come punto di appoggio per cercare di capire
dove diavolo sto cercando di andare.

non mi è ben chiara, la cosa. //

that I keep closest

January 3rd, 2010

You’ve applied the pressure
To have me crystalised
And you’ve got the faith
That I could bring paradise

I’ll forgive and forget
Before I’m paralysed
Do I have to keep up the pace
To keep you satisfied

Things have gotten closer to the sun
And I’ve done things in small doses
So don’t think that I’m pushing you away
When you’re the one that I’ve kept closest

go slow / go slow //

update-

December 30th, 2009

tenere la bocca chiusa
e cercare di ignorare la rabbia e le lacrime
mi sta causando del dolore fisico.
fisico. è inaspettato, incredibile- non ci credo.
sento fisicamente dolore al petto.
le prime due costole, in centro.

faith in this colour

December 30th, 2009

subtle, long shiver.
perchè, mi soffi freddo tra le mani?

odio quando questo accade:
il corpo mi dice cose che la testa non approva.

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